"LA STORIA DEL SANTUARIO"

 

Le origini secondo i documenti

 

Verso la fine del secolo XIX vi fu un vivace dibattito sulle origini del Santuario fra autori che sottolineavano maggiormente gli eventi miracolosi e altri che sostenevano invece la necessità di maggior prudenza e rigore storico. In questo contesto trovarono la loro origine alcuni fatti, tramandati a voce dagli anziani, che pur riferendosi a episodi reali, risultavano amplificati o distorti dalla sensibilità e religiosità popolare. I documenti a noi disponibili sono costituiti da alcuni fogli, conservati presso l’Archivio storico della Curia vescovile, contenenti una relazione scritta e due verbali di interrogatori sull’origine del culto a questa immagine. La storia, come risulta dalla lettura comparata di questi documenti, è la seguente. Nell’estate del 1740, il signor Luigi Borella, di professione orefice, passeggiando nel chiostro della chiesa di S. Eufemia, notò una statua della Madonna distesa per terra.

 

             

Tela rappresentante il Borella che nel chiostro    

                            

Particolaredi S. Eufemia chiede la statua della Madonna   

 

Era finita là, dopo esser stata tolta da una nicchia presso la porta maggiore della chiesa, a causa di alcuni lavori che si stavano effettuando. Il Borella si interessò per sapere a chi appartenesse tale statua e, saputo che era di proprietà di una Compagnia detta della Madonna d’oro, si rivolse al massaro chiedendo di poterla avere: in compenso offrì mezzo ducato. Aveva intenzione infatti di portare la statua in un suo podere, dove fece costruire un capitello isolato in un angolo della sua possessione. Ottenuta la statua, la fece pulire e la collocò nel capitello, per il quale chiese al vescovo il permesso che venisse benedetto. Fu così che la prima domenica di ottobre del 1740, festa del S. Rosario, don Dalla Torre, sacerdote vicario del parroco di Dossobuono, si recò in processione con la comunità di Dossobuono a quel capitello e vi impartì la solenne benedizione. Come si può vedere all’origine di tutto vi fu un atto di devozione da parte di un cittadino che fece edificare un capitello: fatto questo abbastanza comune nel passato, come testimoniano ancor oggi i capitelli sparsi per le campagne. I fatti che suscitarono interesse accaddero invece all’inizio dell’anno seguente, cioè nel gennaio del 1741. Il signor Borella diede inizio ai lavori per costruire una stalla e altri fabbricati rustici necessari alla conduzione del podere, incaricando Tommaso Zoccatelli di Dossobuono di cavare lì vicino della ghiaia. Costui si mise al lavoro e iniziò lo scavo alla distanza di circa 120 metri dal capitello. Quando giunse però a una profondità di tre metri, si trovò in presenza di una vena d’acqua, piuttosto modesta se la mattina seguente se ne poteva raccoglier due secchi in circa. Lo Zoccatelli vide subito nell’accaduto qualcosa di strano e ne attribuì la causa alla presenza del capitello, confortato in questa sua convinzione dal fatto che il pozzo che serviva per la vicina casa aveva una profondità di circa 24 metri. Come ben si può immaginare, la notizia in breve si sparse tra la gente di Dossobuono e la presenza di quella poca acqua fu subito attribuita ad un prodigio di M(aria) V(ergine). Con tale convinzione, due abitanti di Dossobuono, Bernardo Gelmini e Simone Battistoni, tutti due febbricitanti con devozione e ferma fede, furono separatamente uno alla volta a bevere di quell’acqua e dissero haver havuta gracia di guarire. Il Borella provvide di persona alla custodia del capitello e delle offerte per mezzo di un eremita, suscitando così il risentimento dei sacerdoti della parrocchia e dell’autorità religiosa. I sacerdoti di Dossobuono, infatti, mantennero sempre un atteggiamento di diffidenza nei confronti della devozione e dei fatti straordinari che si diceva accadessero al capitello. Ciò che maggiormente appare preoccupare il sacerdote, fu il tentativo, fatto fin dagli inizi, di trasformare il capitello in chiesa. Si legge infatti che il proprietario aveva fatto rinchiudere il capitello con delle assi, a guisa d’un oratorio, con il pretesto di tenere al sicuro le offerte: ne era quindi risultato un locale capace di cento e più persone, coperto e serato. Altrove invece don Dalla Torre afferma che il Borella aveva fatto delle costruzioni accanto al capitello, tra quali ve n’è una che si dice fatta per chiesa…con pretesa di indipendenza da Parochialità. Fu a questo punto che comparve la leggenda dei buoi e del trasporto miracoloso dell’immagine, in una versione contraria a quella recepita poi dalla tradizione popolare. Si legge infatti che, prima del Natale 1741, furono esposte al capitello, appese una per parte, due tavolette dipinte rappresentanti dei miracoli. Orbene in una di queste tavolette, era rappresentata la chiesa di S. Lucia extra et un carrettone con entro l’Imagine della B.V. , tirato da un paro bovi, apparenti appoggiar i piedi sopra la porta della sudetta Chiesa, guidati da una persona.

  

 

Tavoletta ex voto del 1794 con la riproduzione del Capitello e delle case del Borella

 

A chi ne chiedeva spiegazioni, il romito, a ciò istruito, rispondeva che quando l’immagine fu trasportata da Verona, i buoi, giunti davanti alla chiesa di S. Lucia, con portentoso prodigio volessero entrar in detta chiesa. Questo falso prodigio fu diffuso ad arte dal Borella per dar a tutti ad intendere che detto Capitello sii sotto il distretto di S. Lucia e non di Dossobuono. Nel 1741  tuttavia il vescovo aveva stabilito con suo decreto che il territorio su cui sorgeva il capitello fosse sotto la giurisdizione della parrocchia di Dossobuono. L’iniziativa di trasformare il capitello in chiesa forse trovò il consenso della popolazione del luogo, perché non era la prima volta che l’idea di costruirsi una nuova chiesa veniva manifestata dagli abitanti di Dossobuono.

 

Diffusione del culto

 

La fama della sacra immagine si estese alle zone immediatamente vicine e di qui, come i cerchi in uno stagno, sempre più lontano fino a uscire dalla provincia di Verona. Già nel maggio del 1741, a neppur un anno dalla edificazione del capitello, il curato di Dossobuono scrive che tanto è andato cresendo il fervor e la devozione a quell’Immagine massime in queste SS. Feste di Pasqua, e come tutt’ora continua, che molti di vivo cuore si li raccomandano e ricevono gratie particolari; tra quali si numerano le seguenti; cioè Luigi f(iglio) d(i) Lorenzo Ludrin di Verona in pescaria ebbe gratia essendo cieco. Dominico f(iglio) d(i) Francesco Maran di Sommacampagna, ebbe gratia essendo strupio. Giacomo f(iglio) d(i) Gieronico Borghel di S. Michel ebbe gratia essendo cieco. Domenico Tofali di Malavisina Mantovana ebbe gratia essendo ossessa. Lucia f(iglia) d(i) Cattarina coramina ebbe gratia essendo storpia. Un putin del Lachè di casa Montanara ebbe gratia perché era quasi morto per non poter latar e latò alla presenza di M(aria) V(ergine). Una f(iglia) di Stefano Bajeta di S. Michel ebbe gratia essendo cieca. La provenienza dei graziati, da Verona, Sommacampagna, S. Michele, Malavicina di Mantova, Valeggio, testimonia quanto largamente si era propagata la devozione e documenta come anche la società contadina conoscesse efficaci mezzi di diffusione delle notizie: il racconto dei fatti straordinari raggiungeva, anche se con velocità diversa dall’attuale, le contrade più lontane portando un soffio di speranza soprattutto negli animi di quanti soffrivano per la malattia incurabile o erano stati colpiti da evento triste. Il diffondersi di tali notizie per i paesi vicini fece sì che un numero crescente di persone si recasse a visitare il capitello e la cava con l’acqua ritenuta  miracolosa, spinte sia dalla curiosità che dalla speranza di trovare rimedio e sollievo a tanti guai e infermità. L’afflusso di gente continuava a crescere tanto che si potevano contare dalle cento alle centocinquanta persone al giorno durante la settimana, mentre nel giorno di S. Marco prossimo passato e nelle feste susseguenti vi sono state più di cinque o sei mille persone e molte di queste hanno ricevuto gratie di guarire da infermità. Questo spiega perché L’Immagine che si venerava a Madonna di Dossobuono venne subito invocata dal popolo come “Madonna della Salute”. La faccenda ormai aveva assunto proporzioni tali che anche le pubbliche autorità dovettero intervenire. E infatti il Consiglio del Comune di Verona, nella seduta del 30 aprile 1741, approvò all’unanimità l’elezione di due prestanti Cittadini con nome di Protettori, quali abbino in tanto a presieder colla custodia del Capitello della miracolosa Immagine della B(eata) V(ergine) M(aria). Il culto all’immagine della Madonna custodita nel capitello continuò a diffondersi, come testimoniano alcuni altri documenti che ora vedremo. Il primo è un’annotazione nel verbale della visita pastorale del vescovo Giovanni Bragadino alla parrocchia di Dossobuono. Si legge infatti che, terminata la visita ella chiesa parrocchiale, il 2 ottobre 1747, il vescovo salì in carrozza per tornare a Verona e lungo il tragitto visitò un certo edificio non consacrato, presso la pubblica strada, eretto entro i confini di Dossobuono, nel quale vi è un’immagine della Beata Vergine Maria di legno scolpito (sic!). Questo edifico è adiacente alle case che sono sotto la giurisdizione della parrocchia di Dossobuono come da decreto della Curia del 6 ottobre 1741. Poi riprese il suo viaggio e ritornò al suo palazzo vescovile.

 

Un’altra testimonianza della fama di cui godeva il capitello ci è offerta da due carte topografiche: la prima, del 1747, è la Carta del Territorio di Verona di don Gregorio Piccoli da Erbezzo; l’altra è un disegno di Adriano Cristofali, datato 1750, rappresentante la Campagna della Magnifica Città di Verona. Il fatto che in entrambe, così vicine nel tempo alla nascita del culto all’immagine della Vergine, sia rappresentato il capitello sperso nella campagna, significa che già godeva di grande fama presso le popolazioni. Altre testimonianze ci sono offerte da alcuni scritti. Il primo è l’opera dello storico veronese Giovanni Biancolini, intitolata Notizie storiche delle chiese di Verona, stampata nel 1749 dove, dopo aver brevemente descritto l’origine del capitello ad opera del Borella, conclude affermando che l’immagine quivi è per devozione frequentemente visitata. Il secondo, del 1760, è un’opera del senatore veneziano Flaminio Corsaro, in cui si legge che, erettoli capitello, la statua della Divina Madre…poscia con prodigiose grazie compensò gl’ossequi a lei offerti nella sua Immagine. Terzo e ultimo è un manoscritto del 1770 in cui si legge che quell’immagine essendo divotamente visitata dai fedeli fece molti prodigi e miracoli così che quotidianamente gran moltitudine di popolo sì di Verona che di altri distanti paesi si portavano a venerarla onde il detto signor Luigi, di elemosine raccolte fece edificar quella gran cappella che tuttora si vede circa l’anno 1746. La devozione a questa sacra Immagine, proseguì nei secoli successivi, soprattutto nei periodi di difficoltà, di epidemie e di guerre, giungendo fino ai nostri giorni. All’intervento miracoloso della Madonna della salute infatti gli abitanti di Dossobuono attribuiscono la cessazione dell’epidemia di colera che colpì il paese nel 1836: fecero perciò voto solenne di recarsi ogni anno in processione all’oratorio il 15 agosto per ringraziare la Vergine della grazia ricevuta. Una testimonianza di tale popolarità del culto è offerta dalla grande diffusione in quasi tutte le famiglie della zona di una immagine a stampa realizzata nel 1866. Il vescovo di Verona, cardinal Bacilieri, nel 1922 concesse poi una particolare indulgenza legata a questa sacra Immagine.

  

 

Stampa del 1866

 

Costruzione dell’oratorio

 Il Borella intenzionato a trasformare in chiesa il capitello, il 27 aprile 1747 inoltrò richiesta all’autorità civile, onde ottenere il permesso di costruzione. La risposta affermativa arrivò il 7 marzo 1748. Il doge Pietro Grimaldi, con sua lettera ducale, concesse il permesso di ampliare…il piccolo Capitello…dovendo però alla dilatazione implorata precedere le Ecclesiastiche Licenze, e rimaner il Fondo soggetto alle Pubbliche Gravezze. La licenza ecclesiastica, cioè il permesso del vescovo, si farà attendere parecchi anni; verrà infatti concessa solo il 21 marzo 1794, quando ormai Luigi Borella era morto da 25 anni e la proprietà era passata nelle mani del figlio Giobatta. Col passar degli anni la devozione alla sacra Immagine continuò, tanto che Giobatta Borella, figlio di Luigi, il 10 marzo 1794 si rivolse al vescovo mons. Giovanni Andrea Avogadro (1790-1805), per chiedere nuovamente il permesso di trasformare il capitello in oratorio. Si legge infatti nella richiesta, che pervenuti li beni con Capitello sud(et)to in me Gio Batta Borella…risotto per Divina

    

 

 

 

 

Progetto del Luigi Trezza per la costruzione del Santuario (1794)

 Beneficenza in miglior stato di cose…imploro benigna licenza di poter proseguire l’ampliazione. Che il capitello si fosse ridotto in pessime condizioni, è testimoniato da una lettera, dell’8 marzo 1793, dell’architetto Luigi Trezza, al quale era stato chiesto un progetto per il nuovo oratorio. Scrive infatti il Trezza di essersi recato, su invito del sig. Giobatta, a visitare il capitello e di avere ritrovato detto Capitello ristretto ed angusto singolarmente nella parte di dietro, ove il sud(et)to sig. Borella intende di ampliarlo e ridurlo in forma d’oratorio, secondo il disegno da me formato, per essersi anco reso pericoloso e bisognoso di pronto ristauro. I tempi e le persone erano ormai cambiati dal lontano 1740, per cui il vescovo, ricevuta la richiesta di potter proseguire l’ampliazione del Capitello sud(et)to, incaricò il parroco di Dossobuono di recarvisi in visita, di riferire se il luogo fosse adatto alla costruzione dell’Oratorio e di esprimere il proprio parere favorevole o contrario. Il parroco rispose dopo pochi giorni dicendo esser luogo decente ed opportuno e non aver niente in contrario per tal ampliazione, perciò il 21 marzo il vescovo concesse il permesso di iniziare i lavori. Purtroppo Giobatta Borella non potè vedere il compimento dell’opera iniziata, perché morì nel marzo 1801, proprio pochi mesi prima della solenne inaugurazione. I beni del Borella furono acquistati da Antonio Toffaloni che completò i lavori e, il 2 settembre, comunicò al vescovo che tutto era pronto. Il 5 settembre il vescovo autorizzò la celebrazione della Messa nell’oratorio, dopo aver ricevuto parere favorevole dal parroco che aveva visitato l’edificio. Tre giorni dopo, l’8 settembre, con grande festa venne benedetto il nuovo Santuario e celebrata solennemente la prima Messa dal parroco di Dossobuono don Lorenzo Vecchi. La devozione alla Madonna della salute, nata dalla fede del popolo e riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa, venne confermata il 28 giugno 1806 anche con la concessione di una indulgenza di 200 giorni, da parte del papa Pio VII, a tutti quei fedeli che facendo visita alla chiesa, recitano le litanie della Beata Vergine. Avvenimento importante fu il passaggio di proprietà del Santuario dalla famiglia Toffaloni all’avvocato dottor Luigi Maboni, per acquisto avvenuto il 10 febbraio 1840, anno in cui si festeggiò solennemente il primo centenario del trasporto della sacra immagine. Lo Zanella, testimone oculare di quelle celebrazioni, scrisse: Per altro essendomi recato colà io stesso a venerare quella prodigiosa Immagine nel presente mese di marzo (1840), poiché si celebra con grande solennità la memoria centenaria, ò potuto, per quanto la folla dei devoti mel’ permetteva, numerare fino a settanta tra le nuove tavolette di grazie in questi ultimi anni ricevute, ed almeno cinquanta grucce. Senza parlare della presente solennità che straordinariamente si celebra, la devozione vi è tuttavia grandissima nei contadini dè vicini paesi non meno che nei lontani; poiché per fino gli abitanti della riviera del lago di Garda vi vengono spesso: ma precipuamente né giorni per questo Santuario solenni, cioè à 25 marzo ed 8 di settembre come pure nella seconda e terza delle feste di Pasqua, vi accorrono in folla.  

 

 

 

Manifesto per il primo centenario del trasporto dell’immagine della Madonna (1840)

 

 Due anni dopo, nel 1842, si provvide alla costruzione della casa del cappellano, sul lato destro del Santuario, all’esterno della quale fu posta una lapide su cui oggi si legge: Costruita colle offerte dei divoti l’anno 1842. Negli anni tra il 1847 e il 1887, il rettore don Luigi Stegagno, mosso da un elevato sentimento religioso, regolò i rapporti tra la parrocchia di Dossobuono e il Santuario e soprattutto dedicò la sua vita a diffondere la venerazione alla Madonna della Salute e a rendere decoroso il luogo di pietà con l’acquisto di nuovi arredi e paramenti sacri. Per abbellire la sacra immagine la adornò, secondo la moda del tempo, con un vestito bianco soffuso di ricami dorati. Morto il Maboni il 5 novembre 1895, per sua volontà testamentaria, divenne erede di tutti i suoi beni l’ente morale Commissaria Maboni, amministrata e rappresentata dalla Direzione dei Luoghi Pii di Verona, con lo scopo di aiutare dei poveri capi di famiglie delle parrocchie di S. Zeno, S. Luca e S. Stefano di Verona. Nel giugno del 1900, la direzione dei Luoghi Pii informava il vescovo che, essendo sua intenzione vendere il fondo detto della Madonna di Dossobuono sul quale si trovava il Santuario, aveva già aperto trattative con il rettore con Veneri. Il vescovo espresse il suo parere favorevole e si iniziarono quindi le pratiche per il perfezionamento degli accordi che però non furono raggiunti, a causa di alcune difficoltà sollevate dalla curia vescovile. Arriviamo così al 1910, anno in cui la proprietà, ancora in vendita, venne acquistata dai fratelli Tromba, i quali cedettero alla Fabbriceria di Dossobuono il diritto di patronato sul Santuario. A loro volta poi, i fabbricieri di Dossobuono dichiararono al vescovo di rinunciare a favore dell’Em(inenza) Vostra e degli altri Vescovi di Verona, della Em. Vostra successori, tale juspatronato sulla Chiesa anzidetta. Si giunge così alla precedente l’erezione del Santuario in parrocchia, in cui la nomina e la rimozione del rettore competevano esclusivamente al vescovo, senza alcuna altra interferenza. Nel 1972 infine, con decreto del vescovo mons. Giuseppe Carraio, datato 30 maggio, il Santuario venne costituito parrocchia. In quella data infatti il vescovo, che visitava il Santuario per amministrare il sacramento della Cresima a 14 ragazzi di quinta elementare, annunciò fra la piacevole sorpresa dei presenti, l’erezione del Santuario di Madonna di Dossobuono a parrocchia autonoma. La nuova parrocchia venne inserita nella vicaria di Verona Sud, assegnandole quasi tutto il territorio della parrocchia di Dossobuono che si trovava nel comune di Verona e parte di quello di S. Lucia extra. Primo parroco fu nominato don Lino Ambrosi, già rettore del Santuario.

  

 

 

Prospetto della chiesa in occasione del Santo Natale 2005

 

Il tempio

 

Come già è stato detto, il progetto per la costruzione del Santuario è opera dell’architetto veronese Luigi Trezza che, compiuto un sopralluogo e stesa una relazione, provvide all’esecuzione del disegno, che porta la data del 1794, e che ora analizzeremo per poter meglio comprendere la struttura del tempio. Prendendo in considerazione l’indicazione fornita dallo stesso architetto, e cioè che era intenzione del Borella ampliare il capitello nella parte di dietro…e ridurlo in forma d’Oratorio, secondo il disegno da me formato, possiamo dedurne che il capitello non fu spostato dalla sua collocazione originaria e che la parte di dietro corrisponde, quindi, alla zona dell’attuale presbiterio. Sui fianchi, ai lati dell’ingresso, nel disegno si notano poi due case vecchie d’abitazione e perciò preesistenti alla costruzione del Santuario. L’edificio, dalle linee solenni ed eleganti, è in stile neoclassico e custodisce nell’abside, sopra l’altar maggiore, la venerata statua della Madonna collocata entro una nicchia in posizione centrale in modo da esser subito vista da tutti i fedeli. La struttura interna dell’edificio è rimasta pressoché inalterata fino ai nostri giorni, mentre all’esterno, col tempo, furono addossate altre costruzioni fino a costituire l’attuale complesso. Il primo edificio aggiunto fu quello che si trova sul lato destro e fu destinato a sacrestia e dimora del rettore il quale, fino ad allora, risiedeva nella contigua vecchia casa d’abitazione, che però era ormai diroccata ed indecente. Fu fatto costruire dalla Fabbriceria tra il 1840 e il 1842, spendendo lire austriache 2.092 racimolate da varie offerte, come testimonia ancor oggi la lapide posta all’esterno dell’edificio stesso. Il Santuario, però, non era stato completato, poiché mancava della facciata, cosicché nelle solennità questa veniva ricoperta con un drappo di padiglione bombace per la faciata della chiesa. Di questo fatto si lamentava, nel 1888, don Padovani che nel suo opuscolo scrisse: “Al Santuario manca tuttavia la facciata, e solo si vede una crosta di calce e sabbie ormai annerita e sconcia dalle piogge. Oh, se a qualche devoto e abbiente, venisse alla mente la buona idea di sopperire al bisogno, mettendo mano all’opera caritatevole! e in quel caso pare che si potrebbe dare alla facciata la forma di atrio, sostenuto da colonne equidistanti, e percorrente non solo la fronte della chiesetta, ma anco i due piccoli fabbricati che, parte per parte, stanno a ridosso e alla stessa linea del Santuario. Questo espediente offrirebbe due vantaggi: 1) darebbe un po’ di sfogo alla gente che si accalca, massime nelle Feste principali, 25 di Marzo e 8 di Settembre; 2) servirebbe di riparo ai visitatori contro le intemperie.” La vecchia facciata fu invece demolita e venne ricostruita con altri criteri tra il 1909 e il 1912 su disegno dell’ingegnere Flaminio Cerù con una spesa di lire 5.000, mentre nella primavera del 1925 venne installato l’impianto di luce elettrica da parte del signor Augusto Ciresa. L’attuale facciata è preceduta da un piazzale o sagrato, sistemato nel 1997 in occasione del venticinquesimo anniversario dell’erezione in parrocchia, al cui interno è collocato sul lato destro il monumento ai caduti durante le guerre. Sullo sfondo la facciata presenta un corpo centrale avanzato delimitato da due robuste lesene. Al centro un bel portale, che richiama la maniera del Sammicheli, sormontato da un’apertura orizzontale con cornice che dà luce all’interno. Sul sovrastante timpano triangolare, con al centro un piccolo rosone, si legge la scritta D.O.M.E. completata nella trabeazione sottostante con SALUTI INFIRMORUM DICATUM (Dedicato a Dio Onnipotente, Massimo e alla Salute degli infermi). Sopra il timpano sono collocate tre statue che rappresentano le tre virtù cardinali: al centro la Fede, a destra la Carità e a sinistra la Speranza. Sui lati in posizione arretrata rispetto al corpo centrale della facciata vi sono, uno a destra e una a sinistra, due nicchie con statue non identificabili mutile delle braccia. Nel 1926 si cominciò a pensare a un ampliamento del Santuario ottenendo i necessari permessi sia dal Comune di Verona che dalla Regia Soprintendenza ai Monumenti. L’autorizzazione ai lavori fu concessa “a condizione che nel rimettere a posto la gloria dietro l’altare, essa gloria sia convenientemente alzata dato che il muro di fondo viene arretrato di metri 1,60”. I lavori iniziarono nel settembre 1926 e si protrassero fino alla prima settimana del 1927. Nel marzo del 1932, si ottenne l’autorizzazione a vendere otto statue che si trovavano sistemate nel campanile. Poiché in quell’anno si stava restaurando la tomba Dal Verma, le antiche statue furono riacquistate dal conte Roberto Zileri-Dal Verme pagandole lire 12.000. Tali statue appartenevano infatti al monumento funebre della famiglia Dal Verme, nella chiesa di S. Eufemia, e secondo un’ipotesi ella Soprintendenza sembra fossero pervenute qui assieme alla statua della Madonna, mentre si ritiene più probabile siano state cedute all’epoca della costruzione del Santuario. Nel 1936 venne dato incarico all’ingegner Silvio Brutti di stendere un progetto per ampliamento e modifica della chiesa della Madonna di Dossobuono. Il progetto, poi realizzato e concluso nel novembre 1937, consisteva nella trasformazione della sacrestia, a destra dell’altare, in un vano ad uso di chiesa come è attualmente. Con l’occasione venne spostato l’altare arretrandolo di metri 3,5 verso il coro: la spesa per tutti i lavori fu di circa lire 22.000. Altri lavori di sistemazione del Santuario furono realizzati nel 1947, dopo la seconda guerra mondiale. In un’assemblea dei capofamiglia di Madonna, nel febbraio 1946, il parroco don Magrinelli comunicò le sue intenzioni e ne ricevette il consenso. Nel mese di maggio dell’anno successivo informò con soddisfazione che i lavori erano iniziati avendo ottenuto tutti i permessi necessari. Era previsto un nuovo altare, il rifacimento di pavimento, vetri e balaustra, riparazioni al tetto e al soffitto e nuove tinteggiature; fu tolto alla statua della Madonna il vestito di stoffa riportando la sacra Immagine alla condizione attuale. A conclusione dei lavori, vi fu una settimana di grandi festeggiamenti: domenica 11 novembre 1947 la statua della Madonna della Salute venne portata a Dossobuono dove rimase fino al giovedì sera quando, con una solenne processione notturna aux flambeaux, fu riportata al Santuario. La festa fu veramente grande, con una partecipazione di massa, dopo che a tutte le famiglie erano stati recapitati il programma delle manifestazioni, le candele e i palloncini colorati per illuminare il percorso da Dossobuono alla Madonna.

 

 

 

     

 

Processione per il trasporto della statua a Dossobuono (1954)

 

 

Tutto si concluse la successiva domenica 23 novembre con una messa pontificale al Santuario, alla presenza del vescovo mons. Girolamo Cardinale che impartì anche le cresime e nel pomeriggio presiedette la solenne celebrazione del vespero. Anche nel 1954, proclamato anno mariano, vi fu un solenne trasporto a Dossobuono della sacra Immagine. Il mese di maggio, per tradizione dedicato alla devozione alla Madonna, si aperse domenica 9 con un convegno a Villafranca di tutta la Gioventù Femminile e si concluse con la “Madonne pellegrina”. Domenica 16 il parroco annunciò che vi sarebbe stata una funzione straordinaria in onore della Madonna negli ultimi giorni del mese. Verrà portata solennemente la statua dal santuario alla parrocchia. Il programma sarà stampato e affiso ai muri e alle porte della chiesa. Domenica 30 maggio vi furono le Funzioni alle ore 15,30. Processione sotto stazione e predica alla stazione. Al ritorno sul piazzale della chiesa, si farà la consacrazione della parrocchia alla Madonna. Nessuno deve mancare. Domani sera (lunedì 31 maggio) chiusura dei festeggiamenti con solenne processione al Santuario. Tutti con la candela. Sul piazzale del Santuario vi sarà la predica di chiusura. Dell’avvenimento rimangono alcune foto ricordo che dimostrano come vi fu una partecipazione corale di tutta la popolazione. Più tardi, nel 1956, su progetto dell’ingegner Enea Ronca, con una spesa di lire 550.000, venne costruita la nuova sacrestia e ampliato il braccio nord a sinistra dell’altare, realizzando l’altro vano della chiesa. Così la pianta del Santuario assunse la forma di T, o croce a tau. Nel 1979 venne infine sistemato il presbiterio, secondo le nuove disposizioni liturgiche, venne rifatto tutto il pavimento, furono levate le predelle degli altari laterali, tinteggiato l’interno della chiesa, e fatte le nuove vetrate. Attualmente il tempio ha una capienza di circa duecentocinquanta persone.

 

L’interno del Santuario

 

L’ingresso un tempo si trovava all’altezza dell’attuale cancello interno e, varcatane la soglia, si entrava nel vestibolo, che si spingeva fino alle due attuali porte dei confessionali dove era allora collocato il cancello di ferro colorato ed indorato a quattro partite. In alto, sopra il cancello, vi era una tabella recante l’indulgenza di 200 giorni, concessa il 28 giugno 1806 da papa Pio VII a tutti i fedeli che, visitando la chiesa, avessero recitato le litanie della Beata Vergine. Varcato il cancello ed entrati nel Santuario, sulle pareti a destra e a sinistra, si trovano due grandi tele rappresentanti la natività e l’annunciazione della Vergine.

 L’annunciazione   

 

 La natività 

 

Queste, opera del pittore veronese Francesco Lovato, furono commissionate dal rettore del Santuario don Stegagno, che le aveva collocate nel presbiterio ai lati dell’altar maggiore e che così le descrisse: chiusa ognuna cornice maestosa di legno alla romana tutta ad oro fino, annotando: dette due Pale col tempo saranno considerate capolavoro dell’Arte. Alle pareti dell’aula centrale vi sono quattro grandi nicchie negli angoli con altrettante statue bianche rappresentanti angeli che tengono in mano simboli della passione: il velo della veronica, la corona di spine, la croce, il cartiglio con la scritta I.N.R.I.

I due altari laterali sono attualmente dedicati al Crocifisso, quello di destra, e a S. Giuseppe, quello di sinistra. Un tempo però erano rispettivamente dedicati a S. Giobbe, poiché questo era il nome del padre del Toffaloni, e a S. Antonio abate, poiché così si chiamava il proprietario Toffaloni. Sull’altare di destra vi era un quadro con S. Giobbe che non è possibile stabilire se fosse la tela conservata attualmente nel transetto sinistro o invece l’affresco che si trova sotto al Crocifisso. L’altare, certamente proveniente da altra chiesa, porta inciso su entrambi i fianchi: SUMPTIBUS VEN(ERABILIS) SOC(IETA)TIS D. ROCHI ET PIORUM ELEM(OSIN)IS MDCCLIIII (a spese della venerabile società di S. Rocco e con le elemosine dei devoti l’anno 1754).

                  

Altare di destra dedicato al Crocifisso  

 

 

 

 

 

Altare di sinistra dedicato a San Giuseppe

 

Ora su di esso si trova un bel crocifisso di legno, acquistato da don Stegagno che così lo descrisse nell’inventario dei sui acquisti del 1880: un crocifisso di legno dipinto, altro tre piedi (= 1 metro) di forma elegante e assai devoto, colla croce nera. Sull’altare di sinistra vi era un S. Antonio di legno grande con tendina, due figure da frate laterali e due figure gottiche di pietra. Questo altare rimase dedicato a S. Antonio abate fino al 1937, anno in cui il vescovo mons. Grasser, recatosi in visita pastorale, né ordinò la sospensione. Si legge infatti nel verbale della visita che il vescovo vide la deforma immagine di S. Antonio abate la quale, salvo il dovuto rispetto al santo, assomiglia piuttosto alla figura di un bue o di un toro che alla figura di un uomo, a causa della sua mole che genera nei presenti più paura che riverenza. Ordinò quindi, d’accordo con Giuseppe Toffaloni, che si provvedesse l’altare di un’immagine di S. Giuseppe. Due anni dopo, nell’aprile 1839, il parroco don Boldrini scrisse alla curia dicendo che una pala rappresentante S. Giuseppe è d’uopo di benedire, perciò prego…di delegare per tal funzione il R.mo Vicario Foraneo di Villafranca per il giorno 6 del prossimo venturo mese. Ponendoci ora al centro, di fronte all’altar maggiore, si nota sotto i piedi una lapide sepolcrale con la seguente iscrizione: ANTONIO TOFFALONI F(ece) F(are) PER SE E FIGLI E SUOI SUCESORI LI 8 7BRE 1801.

Il Toffaloni tuttavia non fu posto in questa sepoltura perché morì il 23 marzo 1852 e fu sepolto nel cimitero di Verona, essendo ormai vietata per legge la tumulazione nelle chiese. Da questo punto si osserva, proprio di fronte, la nicchia in cui è collocata l’immagine della Madonna, da tutti conosciuta ed invocata col titolo di “Salute degli infermi”. La statua è così descritta nell’opuscolo di don Padovani: “è di pietra, alta circa un metro e di scalpello piuttosto rude. Sta ritta in piedi in atto maestoso e assai benigno. Con l’una mano impugna lo scettro regale, simbolo dell’impero, e col braccio sinistro sostiene Gesù Bambino, il quale posa soavemente la destra sulla spalla della Madre…Al primo entrare nel Santuario, la vedi su in alto dopo l’altar maggiore e in fondo al coretto. E’ riposta dentro una nicchia di legno lavorata con simmetria ed arte, e in mezzo a numerosi e bellissimi raggi dorati che la circondano, mentre vezzosi angioletti librati in aria sorreggono un ricco padiglione, che pende a festoni dai sommo dell’ancona”. Era questa la sistemazione che don Stegagno, fin dal 1849, aveva dato alla statua, la quale, in origine, non si presentava quindi così, ma in modo più spoglio e semplice, certamente più vicino all’attuale. Tale sistemazione, durata fino al 1947, tanto che di essa si trovano ancora delle riproduzioni a stampa, non incontrò il consenso di tutti, soprattutto per il fatto che era stata rivestita l’immagine. Don Padovani infatti così scrive nel suo opuscolo: “Non si sa perché la statua, tutta scolpita, sia coperta da un secondo abito di stoffa. Pare un controsenso. Per quanto sia bello l’abito e di valsente (= gran valore), non sarebbe meglio lasciarlo da banda e rimetterla nello stato primitivo, facendo in cambio dorare quello che ha sculto in pietra?”. I lavori di rifacimento nel 1947 hanno riportato la statua al suo stato originario e hanno dato alla sacra Immagine e al Santuario la sistemazione attuale.

Nel transetto di destra si possono notare quattro grandi teche in legno ricoperte di vetro entro le quali sono custodite decine di cuori d’argento, medaglie e altri ex-voto. Nel transetto di sinistra meritano attenzione altre tre tele. La prima, opera anonima del secolo XVIII, rappresenta una Madonna con il Bambino in braccio che appare a S. Antonio d Padova. La Madonna, con il capo leggermente reclinato verso il santo, è seduta su una nuvola mentre con il braccio destro, che poggia su un altare, sorregge il Bambino. La seconda rappresenta Giobbe deriso dalla moglie ed è attribuibile al pittore veronese G.B. Bellotti (1667-1740). Notevoli sono sia la figura di Giobbe, molto ben rappresentata nelle caratteristiche anatomiche della muscolatura, sia quella della moglie presentata con uno sguardo stupito, quasi di commiserazione, mentre in alto si nota il Padre eterno seduto fra le nuvole che punta il dito indice della mano sinistra. Una terza tela senza data, ma attribuibile all’inizio del secolo XIX, rappresenta con tratti tipici dei quadri di genere del Longhi, il signor Borella nell’atto di chiedere la statua della Madonna giacente nel chiostro di S. Eufemia.

 

S. Antonio

 

           

Giobbe deriso dalla moglie  

 

 

Il campanile e le campane

 

 

 

 

All’esterno, sul lato destro, tra la vecchia casa di abitazione e l’aula centrale, venne innalzato il campanile su cui furono poste quattro campane. Con il passare del tempo fu aggiunta una quinta campana, costituendo così un concerto in re minore che svolse il suo onorato servizio fino all’anno 1988. Da allora le vecchie campane continuano a suonare sulla chiesa parrocchiale di Caluri cui sono state donate perché ne era priva. Attualmente sul campanile è collocato un concerto di sei campane in do maggiore, fuse dalla ditta Francesco Poli di Vittorio Veneto ed elettrificate dalla ditta Giacometti di Legnaro (PD). Le iscrizioni e le dediche presenti sulle campane sono le seguenti:

-         Sulla Ia (do): immagine del Crocifisso con la dedica “A Cristo redentore degli uomini”; vi è inciso il motto: Funerea plango, fulgura frango, munera canto (piango i lutti, infrango i fulmini, canto le lodi).

-         Sulla IIa (re): immagine della Madonna col Bambino e di Papa Giovanni Paolo II con la dedica “Anno mariano 1987-88; Venuta di Giovanni Paolo II a Verona 16/17 aprile 1988”; vi è inciso il motto: Totus tuus (tutto tuo).

-         Sulla IIIa (mi): immagine di S. Zeno con la dedica “Zenoni patrono, qui veronal duxit ad baptismum” (al patrono S. Zeno che condusse Verona al battesimo); vi è inciso il motto: Plebem voco, congrego clerum, Deum laudo (chiamo il popolo, riunisco il clero, lodo Dio).

-         Sulla IVa (fa): immagine del Beato Giovanni Calabria e di mons. Giuseppe Nascimbeni con la dedica “Beatificazione di don Giovanni Calabria e mons. Giuseppe Nascimbeni”; vi è inciso il motto: Quaerite primum regnum Dei (cercate prima di tutto il regno di Dio).

-         Sulla Va (sol): immagine di santa Maddalena di Canossa con la dedica “Roma 2 ottobre 1988”; vi è inciso il motto: Caritatis Christi urget nos (l’amore di Crito ci spinge).

-         Sulla VIa (la): immagine di san Giovanni Bosco con la dedica “Anno centenario della morte”; vi è inciso il motto: Gaudente in Domino (rallegratevi nel Signore).

   

Rettori del Santuario

 

1)      Luigi Lonardi                           1801 -  …..

2)      Giosuè Girardi                          …… - 1819

3)      Antonio Pomini                        …… - 1829

4)      Vito Violi                                 1832 - 1843

5)      Giacomo Tronconi                   1845 - 1846

6)      Luigi Stegagno                         1847 - 1881

7)      Francesco Gastaldelli               1881 - 1882

8)      Francesco Verta                      1882 - 1884

9)      Colombano Veneri                   1884 - 1904

10)  Primizio Boscarini                    1904 - 1906

11)  Carlo Violetti                           1906 - 1908

12)  Lorenzo Pizzocoli                     1908 - 1913

13)  Giobatta Benetti                       1914 - 1927

14)  Enoch Elia Bonamico               1927 - 1931

15)  Giuseppe Pegoraro                  1931 - 1933

16)  Luigi Adami                             1934 - 1953

17)  Felice Ruaro                            1953 - 1965

18)  Lino Ambrosi                          1965 - 1972

 

Parroci del Santuario

 

1)      Lino Ambrosi                          1972 - 2003

2)      Padre Massimo Malfer            2003 -

 

 

 

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